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Settantadue ore (Parte 2/5)

Settantadue ore.

Io non sapevo nulla.

Mi ritrovai ricoverato e tutto ciò che ricordo era l’infermiera che mi somministrava la morfina e io con gli occhi semichiusi sentivo dirmi: «...». Erano delle pillole rosse e nere almeno da quel che ricordo. Un giorno fui svegliato dalle infermiere che parlavano, io sentivo rumore, la dottoressa dava disposizioni, poi percepii quattro mani che mi afferravano e mi posizionavano lungo, a pancia in giù. Non sapevo neanche se tutto questo fosse reale, una fitta dietro la schiena mi risvegliò per un attimo dal torpore, il rumore si era trasformato in dolore, sentivo parlare ma non capivo una singola parola di quello che veniva detto.

«Cosa state facendo alla mia schiena?»

Giorni dopo capii che avevo fatto il mio primo prelievo aspirato del midollo e biopsia ossea.

Con una siringa ti fanno l’anestesia, poi ti inseriscono un ago che arriva fino al midollo. Arriva la parte dove con uno strumento medico la dottoressa torna a bucarti ma questa volta è più uno scavare, arrivano fino all’osso e ne prelevano una piccola parte.

Mi è stato detto che questo è stato il racconto delle prime settantadue ore, dove io la maggior parte le ho passate a dormire mentre la mia famiglia aspettava che passassero perché a detta dei medici avrei potuto non superarle.

Dopo i tre giorni fui spostato e mi ritrovai in una stanza a due letti, ero confuso, spaesato, arrabbiato, mi sentivo intrappolato. Da solo in quella stanza cercavo solo di far passare il tempo ma non passava. “Il tempo è amico di chi lo rispetta” scrive Gianluca Gotto in “Profondo come il mare leggero come il cielo” ma io ancora non lo sapevo.

Una mattina entrò il primario, mi disse che sarei dovuto restare in ospedale sei mesi. Alle parole sei mesi mi sentii demolito. La mia mente non poteva credere a quelle parole. Rinchiuso e gettato in una gabbia cercavo di capire, di venirne a capo. Ieri ero al lungomare a passeggiare e ora sono dentro una stanza d’ospedale con una malattia terribile.

Le dottoresse man mano che i giorni passavano entravano nella mia stanza ogni giorno, la dottoressa che scoprì che ero malato di leucemia era il mio solo punto di riferimento fin quando non conobbi meglio il resto dello staff e infermiere e dottoresse riuscirono a farmi sentire meglio.

Mi dissero che avrei dovuto fare chemioterapia e che appena mi sarebbe passato il riversamento nei polmoni sarei stato trasferito in una stanza bassa carica microbica (BCM).

Elaborai e mi feci forza. Scoprii la potente “arma” della consapevolezza e accettai il tutto. Questa sarebbe stata la mia vita per un po’, tanto vale non remarle contro.

Una delle dottoresse entrò nella mia stanza per dirmi che mi avrebbero affiancato un altro paziente ma io la presi male, ero convinto che da solo sarei stato più forte, invece grazie a L. lo scorrere del tempo era più piacevole.

L. era più grande di me di cinque anni, si presentò sorridendo dicendomi che era al decimo giorno post chemio, gli avevano cambiato stanza, da lì a qualche giorno saremmo stati spostati entrambi sull’unica stanza BCM doppia. Ebbi tempo di parlare con lui, avevamo la stessa malattia, dovevamo fare esattamente le stesse cure, il protocollo di Roma lo chiamavano. Lo presi come esempio, mi faceva sentire meno solo.

Nella stanza BCM doppia non si stava male, imparai ad apprezzare le piccole cose, quel trasferimento lo avevo preso come un evento positivo, potevo essere felice.

Passavamo, le giornate a chiacchierare e a guardare la TV. Arrivò il giorno in cui dovevo iniziare la chemioterapia, mi domandavo «Proprio a me?». Erano cose che leggevi sul giornale, di sfuggita su internet e in TV, non avrei mai immaginato che un giorno sarebbe capitato proprio a me. L. era ormai un amico, un punto di forza, si parlava del più e del meno e di svariati argomenti, insieme affrontavamo la malattia, le cure, la nausea che fare la chemio comportava, il pessimo cibo dell’ospedale, il fatto che eravamo malati. Le chemioterapie mi diedero febbre oltre i trentotto, ogni giorno febbre, flebo, pillole, il senso del gusto se ne andò la febbre no. Non sono mai stato tollerante verso la febbre, basta poco sopra i trentasette per mettermi KO. Dopo tre settimane con la temperatura costante sopra i trentotto decisero di somministrarmi il cortisone. Finalmente avevo ore in cui potevo ascoltare la musica o leggere qualche libro. Il cortisone aveva i suoi effetti, febbre giù, effetto caffeina e tante, tante sudate.

Erano ormai quasi cinquanta giorni che ero chiuso in BCM, dopo aver fatto il mio primo ciclo di chemioterapia i valori del sangue scendevano e il sistema immunitario veniva pesantemente abbassato. Avevo capito che dovevo aspettare circa tre settimane prima che i valori sarebbero tornati a un valore sufficiente per uscire un po’ dalla stanza e magari qualche giorno dopo tornare a casa per essere poi ricoverati di nuovo quando sarebbe stato il momento del secondo ciclo di chemio.

Infatti, essendo dieci giorni avanti L. era tornato a casa, ero rimasto da solo con la febbre e il cortisone.

Dopo circa cinquanta giorni implorai di poter tornare a casa anche io ma la febbre me lo impediva. Mi sentivo di nuovo imprigionato, la mia mente cambiò di nuovo il modo di approccio. Arrivò il primario insieme ad una dottoressa, nel mentre in quei cinquanta giorni avevo fatto altri prelievi del midollo ma stavolta ero sveglio e vigile, dai risultati di quei prelievi mi fu detto che il midollo non funzionava come avrebbe dovuto, per poi essere smentito il giorno dopo.

Paura.

Ci avevo capito poco ma ebbi paura della malattia per la prima volta, ingenuamente e da una parte fortunatamente avevo impostato un timer nel cervello, come se dopo sei mesi avrei scontato la pena e sarei potuto tornare alla mia vita normale.

Dopo quattro giorni a casa, un ciambellone da mangiare e una pizza, dovevo già essere ricoverato di nuovo per fare il secondo ciclo di chemioterapia, tornai dentro la stanza doppia e dentro ci trovai L., ero molto felice di vederlo, mi sbrigai a mettere le mie cose nell’armadietto per tornare allo stato di ricoverato in ospedale, il secondo ricovero tornai armato di più passatempi che tra visite, controlli, L. che mi aggiornava sulla sua situazione, le ore scorrevano con me nella giornata fin quando la terapia mi riportò la febbre. L. vomitava e io avevo questa tortura della febbre e insieme facendoci forza e coraggio a vicenda di nuovo giorno dopo giorno affrontavamo tutto insieme.

Eravamo arrivati ad agosto, controllavo il mio timer nel cervello di tanto in tanto.

Un giorno L. fu portato in sala operatoria e tornò in stanza con un CVC al collo, un accesso a doppia via, un tubo fastidioso a detta di L. Qualche giorno dopo fu portato in un altro ospedale per la raccolta di cellule staminali, questo tubo serviva a questo e ad altre cose che la mia mente ha rimosso. Sapevo che da lì a qualche giorno mi sarebbe toccato lo stesso percorso. Finii in un altro ospedale per cinque ore attaccato ad una macchina che mi estraeva le cellule staminali che poi avrei reinfuso giorni dopo. Trapianto autologo.

Così fu. L. come il ricovero precedente era tornato a casa prima di me, a settembre tornai a casa anche io per tre settimane. Pizza a volontà.

Ad ottobre fui richiamato per il terzo ricovero, il timer nel mio cervello era quasi arrivato alla sua fine. Questa volta ero stato ricoverato prima io di L. e fui sistemato in una stanza BCM singola.

Dopo qualche giorno, iniziai il terzo ciclo di chemio, ormai le infermiere e le dottoresse erano amiche, splendide persone che avevo vicine ogni giorno insieme alle costanti visite della mia compagna e della mia famiglia mi sentivo forte, pronto ad affrontare tutto come un toro in corsa. Così feci, chemio pre-trapianto e reinfusione di cellule staminali. Nel mentre L. era stato ricoverato in una stanza singola BCM anche lui. Ci tenevamo frequentemente in contatto, ci dissero che da lì a qualche giorno saremmo di nuovo tornati nella nostra stanza BCM doppia.

Il trapianto autologo mi fece star male febbre e intestino impazziti, il purificatore sopra al letto mi sputava il getto d’aria fredda in faccia, mi sembrava di impazzire finché le cose non iniziarono a stabilizzarsi, tornai nella doppia insieme a L.; era novembre, sarei tornato a casa da lì a qualche giorno. Non mi sentivo più malato, nonostante il mio corpo dicesse il contrario, avevo perso la mia barba, i capelli erano già rasati e non c’era nulla che potesse cadere. Il mio corpo era privo di peluria, il mio colorito era cambiato il mio corpo era cambiato e da lì iniziai a fare i conti con i cambiamenti.

Tornai a casa ad inizio novembre, prima di andarmene abbracciai forte L. con la promessa di andarci a mangiare qualcosa insieme non appena anche lui fosse uscito.

Nonostante controlli, analisi del sangue e visite potevo pian piano tornare ad una vita quasi normale. La mia compagna si trasferì da me, imparai a vedere il lato positivo in ogni cosa, avevo la leucemia, mi aveva portato via tante cose ma aveva fatto venire la mia compagna a vivere con me, ero stanco ma contento e facevo i miei controlli, acquistai uno strumento musicale, suonavo, leggevo e giocavo con i videogiochi. Debole ma felice.

L. poco dopo il mio ritorno a casa fu trasferito in un altro ospedale per altre cure. I mesi passavano e io pian piano recuperavo, L. da qualche giorno rispondeva ai miei messaggi sempre più di raro, arrivò febbraio, io stavo recuperando, L. morì.