Il 2023 era iniziato bene, vivevo la mia conquistata serenità apparente. Man mano che l’estate si avvicinava, mi piaceva andare con Francesca in qualche negozio a comprare vestiti in vista della bella stagione. Le visite in ospedale erano sempre meno frequenti, e le analisi del sangue andavano bene.
Un giovedì di metà febbraio, verso le undici del mattino, ricevetti una telefonata dall’infermiera dell’ospedale: «La dottoressa vuole vederti, puoi passare verso le dodici e trenta.» «Certo!» risposi. Il mio presentimento, però, non era dei migliori.
Aspettai il mio turno nella sala d’attesa. «Vieni, Francesco.» Ciò che mi aspettava era terribile: «Purtroppo la malattia è tornata. Domani faremo una BOM per valutarne lo stato. Da lunedì inizierai una cura chemioterapica qui in Day Hospital per cercare di mandarla di nuovo in remissione.»
Mi tolsi occhiali e mascherina, li appoggiai sulla scrivania della dottoressa e, cambiando completamente espressione e respiro, rimasi senza parole. Mi sentivo distrutto, disorientato, disarmato. «Qui, purtroppo, non possiamo più fare nulla. Faremo la terapia che ti ho detto e sarai preso in carico dall’ospedale regionale di Ancona.» Quello dove erano morti mia madre e L.
Fui chiamato di nuovo a combattere la malattia, come se tutta la sofferenza del mondo mi si fosse riversata addosso come un fiume in piena. Ancora incredulo, guidavo verso casa: ogni curva sembrava un ostacolo, ogni semaforo rosso un invito a fermarmi a riflettere su ciò che avevo appena appreso. Ma la mia mente rifiutava il confronto, cercava solo la sicurezza familiare delle quattro mura.
Quando finalmente svoltai l’angolo e vidi la mia via, un senso di sollievo misto a crescente ansia mi avvolse. Parcheggiai distrattamente, nemmeno ricordando di aver spento il motore. Aprii la porta di casa e l’odore familiare mi colpì; ma anche quel profumo sembrava diverso, quasi come se la casa stessa sapesse del cambiamento. Non persi tempo a raccontare tutto a Francesca, che aveva già intuito.
Il lunedì successivo ero di nuovo in ospedale, mi fecero accomodare sulle poltrone per la terapia, mi inserirono l’ago e iniziai le cure: una settimana al mese, proseguendo poi con le pillole a casa.
Intorno all’anno 2009 ebbi dei problemi: smisi di suonare con la band musicale, abitudine che mi accompagnava costantemente da circa il 1997, persi il lavoro e in poco tempo mi ritrovai sperduto. Trovai conforto nei libri, dai classici ai romanzi più contemporanei.
Un giorno mi ricapitò tra le mani Siddharta di Hermann Hesse, un libro che avevo amato e che decisi di rileggere. Le pagine, già conosciute, mi sembrarono nuove, come se volessero comunicarmi qualcosa di potente, un aiuto nascosto da scoprire. Iniziai a informarmi sul Buddhismo, ne rimasi affascinato: nessun dogma, nessuna verità imposta, solo un invito a indagare la realtà per raggiungere pace e liberazione.
Lessi della vera storia di Siddharta Gautama: cresciuto tra palazzi dorati, aveva tutto, ma il padre gli aveva nascosto la sofferenza del mondo. Un giorno, curioso, uscì dal palazzo e vide un vecchio fragile, un uomo malato, un corteo funebre e un saggio sereno. Capì che ricchezza e piacere non proteggevano da vecchiaia, malattia e morte. Decise così di lasciare tutto per cercare la pace.
Vagò per anni come asceta, ma nemmeno quelle pratiche estreme lo portarono alla verità. Una notte, sotto un grande albero di fico, l’albero della Bodhi, Siddharta si sedette in meditazione. All’alba raggiunse il risveglio: comprese le leggi della vita, le cause della sofferenza e la via per superarla. Era diventato il Buddha, il “Risvegliato”. Da allora, viaggiò per insegnare a tutti, offrendo non un dogma, ma un sentiero verso la libertà interiore.
E io, in quel momento, ero decisamente in cerca di pace. Iniziai a divorare libri sull’argomento, praticare yoga e meditazione. Tutti e tre questi mondi si fusero, ascoltai esperienze altrui, incontrai maestri, meditavo.
All’inizio di marzo 2023, applicai uno degli insegnamenti del Buddhismo: la sofferenza può essere un punto di partenza. Affrontavo le chemio, leggevo, riposavo ed ero felice di avere Francesca accanto a me. Intanto, facevo visite all’ospedale di Ancona, incontravo medici, venivo preparato per un nuovo ricovero, altre chemio e il trapianto allogenico, quello da donatore.
Arrivò giugno: aspettavo di essere chiamato per il ricovero. Grazie al Buddhismo, mi ero rasserenato. Anche se tutto stava andando male, ero tranquillo, vivevo giorno per giorno, avevo imparato a non preoccuparmi di ciò che sarà e a concentrarmi su ciò che è. Non vivevo nel passato, perché pensarci porta solo tristezza o malinconia; né mi preoccupavo del futuro, che genera solo ansia. Lasciavo andare i pensieri senza cercare di sostituirli.
E in un batter d’occhio arrivò la telefonata: a metà luglio sarei stato ricoverato per il trapianto. Mi presentai puntuale nel reparto di ematologia di Ancona, feci tutte le procedure di ricovero e la nuova avventura ebbe inizio.
Il protocollo prevedeva un ciclo di chemio per “pulire” il midollo, poi, dopo circa un mese, un altro ciclo e infine il trapianto. I medici erano meravigliosi, proprio come quelli di Civitanova Marche, la mia città. La stanza BCM era diventata una cella d’isolamento. Fui travolto da nuova sofferenza, pensieri cupi, febbre, freddo, solitudine.
Per fortuna avevo accesso alle piattaforme di streaming, trovai il modo di far passare il tempo, sostenuto dal mio Buddhismo Zen e dall’amore di Francesca e della mia famiglia. Fui dimesso a settembre. Tornavo spesso in ospedale per controlli, ma avevo riconquistato la mia meritata serenità: la quiete dopo la tempesta. Dovevo solo riposarmi, riprendere le forze, prendere tante medicine… ed essere felice.