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L’anno più bello della mia vita (Parte 3/5)

Il 2022 era appena iniziato. Dopo aver trascorso un Natale e un Capodanno sereni, vivevo la mia vita insieme alla mia compagna, che nel frattempo si era trasferita a casa mia. Suonavo i miei strumenti musicali, giocavo ai videogiochi, leggevo libri e, ovviamente, ascoltavo musica. Facevo regolarmente controlli e visite in ospedale: analisi del sangue a domicilio, visite settimanali e prelievi del midollo a cadenza mensile, che poi sarebbero diventati trimestrali. Pensavo solo a restare tranquillo. Onestamente, credo che senza di lei non ce l’avrei mai fatta ad affrontare la convalescenza.

Uscivo poco. Tra il Covid che circolava e il freddo, mi rintanavo in casa, al caldo. Di tanto in tanto, nei giorni feriali e di prima mattina, andavamo a passeggiare al centro commerciale; se c’era il sole, ci limitavamo alla stradina sotto casa. Era meraviglioso sentire il calore della luce sul viso. Seguivo la dieta con tutte le restrizioni del caso: niente cibi crudi, verdure solo surgelate, quelle fresche avrei dovuto lavarle con l’Amuchina, col rischio di rovinarne il sapore. Mi nutrivo di pizza surgelata, Sofficini, minestroni pronti. Era limitante, ma non mi importava: ero felice di aver fatto il trapianto autologo e mi godevo la vita giorno per giorno. Avevo perso il senso del gusto per via di una pillola di mantenimento che dovevo prendere quotidianamente per tenere a bada la malattia che avevo sconfitto, ma nonostante questo tornai a giocare online con i miei amici e a comprare vestiti per prepararmi alla primavera e all’estate.

Arrivò la primavera. Le passeggiate aumentavano, il mio corpo rispondeva e mi sentivo sempre meglio. I muscoli delle gambe si rigeneravano. Ero senza barba, cosa che mi pesava: l’ho sempre adorata e mi piaceva prendermene cura. Mi mancava, ma con pazienza aspettavo che ricrescesse. Il mio corpo era cambiato: niente peluria, unghie delle mani fragili e spezzate. Mi era difficile abituarmi a quelle trasformazioni. La parte migliore, però, doveva ancora arrivare.

Maggio. Ero debole e spesso stanco, ma nel complesso stavo bene. Gli esami confermavano che il midollo funzionava e l’emocromo era buono. La mia compagna, Francesca, mi propose di andare qualche giorno a Firenze per svagarci un po’. Suo fratello si era offerto di regalarci il viaggio. L’idea di girare per la città e rivedere i miei amici toscani mi attirava, ma titubavo: non mi sentivo pronto. Alla fine, la determinazione di Francesca ebbe la meglio e accettai.

Firenze era bellissima, come sempre. Rivedere l’Arno distendersi e far apparire Ponte Vecchio in lontananza è una magia che non mi stancherò mai di contemplare. Io e Francesca passeggiammo per la città: Piazza della Signoria, Ponte Vecchio e altri luoghi che Leonardo ci fece visitare. Andammo a cena da Diego: ricordo ancora il sapore della pappa al pomodoro di quella sera. Il giorno dopo incontrai Simone e Mattia, venuti apposta per salutarmi. Ero felice, anche quando, a malincuore, lasciammo Firenze per tornare a casa.

In un paesino non molto lontano da casa, ogni estate a luglio si svolgono le feste medievali. Francesca, che realizza gioielli fatti a mano, mi propose di esporre la sua bancarella. Io, come al solito, protestai: «Non so se ce la faccio… ho paura di stancarmi.» Ma, come per Firenze, la sua determinazione mi convinse.

Luglio. Indossavo i miei adorati harem pants, una t-shirt, e mi godevo la vita giorno per giorno. Senza barba, con qualche acciacco fisico, ma felice. Arrivò il giorno delle feste medievali. Presi Francesca con l’auto già caricata da lei con tutto l’occorrente e raggiungemmo il borgo di Offagna. Montammo la bancarella: il tavolo, il telo nero per coprirlo e i gioielli. Io mi occupavo delle luci, che sistemavo su piccoli tronchi di legno, mentre lei disponeva con cura ciondoli, anelli e bracciali. Erano circa le quattro del pomeriggio. Una musica medievale si diffondeva dalle casse appese ai muri della città. L’aria era piena di profumi: arrosti, spezie, incenso. Tutte le bancarelle erano pronte; la festa stava per iniziare e sarebbe durata una settimana.

Mi allontanai per curiosare tra le altre bancarelle. In un vicolo pieno di luci e costumi medievali, conobbi Dino: un uomo sulla settantina che, dopo aver elogiato i gioielli di Francesca, iniziò a parlare con la naturalezza di chi ti conosce da vent’anni. In pochi minuti ci aveva già donato simpatia e affetto. Ci regalò alcuni oggetti e ci parlò del suo amore per l’India, dove trascorreva lunghi periodi, era affascinato dalla figura di Ganesh e ci raccontò la sua storia. Quella sera nacque una splendida amicizia che ancora oggi ci accompagna.

Tra le vie del borgo, un giullare con accento spagnolo attirava l’attenzione. Quando lo avvicinai, confessò di venire da Madrid, ci avevo azzeccato. Iniziai a dargli una mano ad attirare pubblico per i suoi spettacoli fatti di musica, fuoco e risate. Ci sentivamo due giullari di strada: il mondo era un palcoscenico e noi non potevamo far altro che improvvisare.

Verso metà settimana, la piazza accanto alla nostra bancarella si riempì. Dall’alto della scalinata comparvero i Daridel: cornamuse, ghironda e tamburi che intonavano melodie celtiche. Erano a pochi passi da me: sentirli suonare da così vicino fu magico. Quella musica entrò a far parte di me, un nuovo genere da alternare al mio amato heavy metal.

La settimana delle feste volò via troppo in fretta, si sa, il tempo accelera quando stai bene.

Il resto dell’estate trascorse tra gite e altre città. Francesca mi regalò un paio di pantaloni e una camicia tibetana: pantaloni color borgogna, camicia bianco panna. Ancora oggi, non appena le temperature salgono, non perdo occasione per indossarli.

L’autunno arrivò dolce e colorato. Ripensavo al viaggio a Firenze, alle feste medievali, alle passeggiate. La malattia mi aveva tolto tanto, ma mi aveva anche insegnato a vedere. Anche un fiore sembrava diverso. In ospedale avevo fissato i muri per mesi, imparando a osservare dettagli che prima ignoravo, persino per strada.

Ero cambiato. La mia mente era cambiata.

Gli ultimi mesi dell’anno passarono sereni. A settembre andammo a una festa celtica in Abruzzo: musica dal vivo, cibo, artisti, bancarelle. Ci perdemmo tra le note e i profumi, assaporando quell’atmosfera inebriante.

Di nuovo Natale. E arrivò il 2023.